“Dottore, c’è una cosa che mi vergogno a dirle.”

Era la terza visita.
Alla prima avevamo raccolto il quadro generale e impostato una prescrizione; alla seconda qualcosa era migliorato, ma non abbastanza. Avevo confermato il rimedio modificandone la posologia.
Poi, alla terza visita, arrivò quella frase.
“Dottore, sudo molto da un’ascella. Solo dalla destra. E l’odore è davvero offensivo.”
Non era un dettaglio marginale.
Era un sintomo preciso, particolare, individualizzante; soprattutto era un sintomo che fino a quel momento non era entrato nel caso perché la paziente se ne vergognava.
Quella informazione restringeva nettamente il campo della Materia Medica a pochissimi rimedi.
Rileggendo l’intero quadro alla luce di quel particolare, uno di essi risultò molto più coerente con la totalità dei sintomi.
Cambiai prescrizione.
Nelle visite successive il disturbo si risolse insieme al resto del quadro. Ma ciò che mi rimase di quella visita non fu soltanto il risultato. Fu la conferma di quanto, in medicina, possa pesare ciò che il paziente non riesce a dire.
“A volte il sintomo decisivo non è nascosto dal corpo. È nascosto dall’imbarazzo.”